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Notiziario FLP n. 29/16 - MA I SOLDI PER I CONTRATTI DAVVERO NON CI SONO?

contrlavoroTUTTO QUELLO CHE AVRESTE

VOLUTO SAPERE SUI CONTI DELLO STATO.

Per i rinnovi contrattuali bisognerebbe scrivere a bilancio almeno 7 miliardi di euro per i prossimi tre anni.

Ma due e mezzo rientrerebbero tra imposte e risparmi sul bonus di 80 euro.

 Negli ultimi quattro anni tra maggiori entrate e minori spese per interessi sul debito c’è un tesoretto di circa 40 miliardi, ma sono stati usati per spese improduttive e la maggior parte destinati a quegli (im)prenditori sempre schierati con il Governo.

 

All’inizio della settimana è stato annunciato il varo della Legge di stabilità per il 2017, ed è ripartito il balletto sulle somme destinate al rinnovo contrattuale dei dipendenti pubblici. Purtroppo, all’annuncio non sono seguiti testi normativi e così tocca fare stime laddove invece dovrebbero esserci certezze sugli stanziamenti. Alla fine, comunque, non si andrà oltre i 900 milioni per tre anni di cui si parla insistentemente. E il refrain è sempre lo stesso: non ci sono i fondi, ci sono altre priorità.

Una volta preso atto che il Governo Renzi considera maggiormente prioritario il ponte sullo stretto di Messina rispetto al rinnovo contrattuale per lavoratori che aspettano da oltre sette anni, proviamo un po’ a spulciare i conti dello Stato per vedere se davvero il piatto piange così tanto.

Iniziamo dalle spese: dal 2012 al 2015, grazie alle manovre di Quantitative easing (QE) lanciate dalla Banca Centrale Europea gli interessi sul debito pubblico sono passati da 85 a 68 miliardi di euro all’anno, con un risparmio di 17 miliardi di euro, che diventano oltre 20 in base alle stime dell’Ufficio Studi CSE per il 2016, che dovrebbero portare la spesa per interessi sotto i 65 miliardi di euro. Da quando Renzi è al Governo a tutto il 2016, i risparmi per interessi ammonteranno a circa 9 miliardi. Non pochi!

Di segno contrario invece le entrate dello Stato, che sono cresciute dai 771 miliardi del 2012 ai 784 del 2015 e promettono di arrivare a quota 790 miliardi alla fine del 2016. Un altro tesoretto di 19 miliardi di euro, che possiamo limitare a 14 dal 2014, anno in cui si è insediato il Governo Renzi.

Sommando queste due voci (minori spese e maggiori entrate) si arriva a circa 40 miliardi di euro di maggiori disponibilità in quattro anni (23 se ci limitiamo a fare i conteggi a partire dall’insediamento del Governo Renzi).

Nello stesso periodo le spese per il personale della pubblica amministrazione sono diminuite di circa 7 miliardi di euro. Come dire che basterebbe spendere per i dipendenti pubblici quanto si spendeva nel 2012 e il contratto sarebbe bello che rinnovato! E dire che il nostro contratto in effetti non costerebbe 7 miliardi ma quella sarebbe la somma da iscrivere a bilancio; circa un terzo rientrerebbe però per effetto delle maggiori imposte sui redditi che i dipendenti pubblici pagherebbero e per le minori spese relative agli 80 euro di bonus.

 Intanto, tornando al tesoretto, che fine hanno fatto questi 40 miliardi? Magari scopriamo che sono stati investiti nella crescita del Paese oppure in istruzione e ricerca. Quello che è certo è che nelle nostre tasche ci è finito poco o niente e che la differenza tra le spese e le entrate, nonostante la situazione favorevole che vi abbiamo descritto, ha generato comunque un disavanzo di circa 50 miliardi di euro.

In ricerca purtroppo non è finito un euro in più: le somme spese tra il 2012 e il 2015 sono le medesime. Normale che il Paese non cresca. E nemmeno nel futuro abbiamo investito a sufficienza, dato che la spesa per l’istruzione dei nostri figli nel quadriennio è addirittura calata di un miliardo di euro.

E allora, i soldi dove sono finiti? Sono finiti in parte a finanziare il bonus di 80 euro ma, la parte più cospicua è finita nelle tasche degli (im)prenditori, sotto forma di riduzione del costo del lavoro. E senza alcuna contropartita, né in termini di crescita di posti di lavoro né di investimenti produttivi da parte di questi ultimi. Solo per restare alle voci principali, sono stati destinati alla deducibilità del costo del lavoro dall’IRAP 4,5 miliardi; per gli sgravi contributivi per i nuovi contratti a tempo fintamente indeterminato sono stati elargiti altri 4.5 miliardi di euro. Da notare che questi sgravi non hanno premiato l’aumento dei posti di lavoro ma genericamente le assunzioni, tanto che nella maggior parte dei casi o si sono verificati licenziamenti e riassunzioni con sgravi oppure le assunzioni hanno riguardato il tempo necessario ad incassare gli sgravi e gli ultimi dati dell’Istat confermano che finiti questi le imprese stanno licenziando. Quasi 10 miliardi sono stati spesi per gli 80 euro, che però non tengono conto del reddito familiare e non aiutano gli incapienti cioè i più poveri in assoluto. Un altro miliardo e duecento milioni sono stati destinati alla riduzione delle assicurazioni per gli infortuni sul lavoro. Per non parlare dell’abolizione dell’IMU sulla prima casa a prescindere dal reddito, che ci è costata 4 miliardi di euro!

Il guaio è che in tutti questi casi si tratta di mance elettorali che non sono servite a  migliorare la nostra competitività. Infatti, continuiamo ad essere uno dei paesi con la più bassa produttività che non vuol dire, come pensa qualcuno, che lavoriamo poco ma semplicemente che il lavoro che si svolge nel nostro Paese è a scarso valore aggiunto cioè produce poca ricchezza o perché fatto in settori a bassa tecnologia e ad alto impiego di mano d’opera poco qualificata o perché i nostri impianti industriali sono obsoleti e avrebbero bisogno di investimenti.

Siamo arrivati al punto che anche la congiuntura economica e il tasso di cambio euro/dollaro, entrambi favorevoli, hanno prodotto un effetto molto limitato in termini di occupazione perché, a forza di non fare investimenti e competere solo abbassando il costo del lavoro, non produciamo più merci appetibili come in passato. Paradossalmente, anche i soldi arrivati nelle tasche con i bonus vari hanno finito per fare aumentare le importazioni di beni anziché migliorare la nostra situazione produttiva.

Insomma, ci comportiamo come un paese del terzo mondo che anziché investire in capitale umano e in tecnologia, preferisce competere abbassando il costo del lavoro e dando soldi cash agli (im)prenditori di casa nostra, gli stessi che non a caso sono schierati come un sol’uomo con il Governo e si dichiarano per il Si al referendum costituzionale, anche per mantenere in sella colui che sin qui si è rivelata la gallina dalle uova d’oro.

Ma tornando ai numeri, visto che i 40 miliardi di euro di tesoretto non sono andati né in riduzione della spesa (gli sprechi sono sempre lì) né in riduzione del debito pubblico (che è salito), ci sarebbero stati tranquillamente sia il rinnovo del nostro contratto che investimenti in tecnologia e formazione per rendere più competitiva anche la pubblica amministrazione.

Per questo, a chi in questi giorni parla genericamente di rilancio della pubblica amministrazione, rispondiamo in modo netto:

Prima i soldi per i rinnovi contrattuali, poi tutto il resto!

È giunto il momento di rivendicare il nostro ruolo nel Paese. I soldi ci sono e vengono regalati a coloro che già ne hanno tanti e sono diventati la vera base sociale di questo Governo! In una nuova lotta – di stampo novecentesco - tra capitale e lavoro, il Governo si è schierato nettamente a favore del capitale e contro i lavoratori. Per questo non siamo disposti a fare sconti e a parlare di aumenti selettivi in base a leggi obsolete. Siamo pronti invece a discutere di miglioramenti della macchina amministrativa e ad individuare misure innovative, ma solo dopo che il Governo avrà messo sul tavolo i soldi che servono per rinnovi contrattuali soddisfacenti, fino all’ultimo euro!

 

 

                                                        Il Dipartimento politiche economiche e fiscali FLP

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